mercoledì 23 gennaio 2008

Le tappe del processo di individuazione

L’inconscio amico: L’immaginazione attiva

INTRODUZIONE

La psicologia analitica di C.G. Jung è forse il tentativo più riuscito all’interno della nostra cultura occidentale di pervenire ad una visione “olistica” dell’essere umano come interezza.

Se infatti lo sforzo di “guarigione dell’essere umano è sempre stato improntato alla risoluzione dei conflitti, all’eliminazione degli agenti patogeni e interferenti, e al ristabilimento dell’equilibrio, tale equilibrio riconquistato non può prescindere dal continuo confronto con tutto ciò che attiene all’individuo nella sua completezza, intendendo con questo il mondo esterno e quello interno, il razionale e l’emozionale, la coscienza e l’inconscio.

Già la psicoanalisi freudiana aveva trattato l’inconscio come il luogo di tutto ciò che non raggiunge, non raggiunge più o non raggiungerà la coscienza, il luogo-non luogo dove tutte le pulsioni si formano e dove si fonda ogni nostro agire.

Esso invade il nostro spazio in molteplici situazioni, e si rende palese, pur in forma simbolica nei sogni, nei deliri, negli atti mancati, nelle libere associazioni..

Ma se il nostro inconscio individuale contiene tutti i contenuti personali legati alle esperienze di base e alle pulsioni fondamentali (libido, autoconservazione, aggressività) che appunto, non raggiungono la soglia del cosciente, è pur vero che noi tutti, come razza umana, possediamo un bagaglio simile di tali esperienze e contenuti profondi, dato dal fatto che, come specie, condividiamo lo stesso destino.

Ogni essere umano prima di noi ha conosciuto le esperienze primarie: nascita, morte, femminile, maschile, buio, luce, caldo freddo, costrutti arcaici che si declinano nella dialettica degli opposti e che hanno costellato, costellano e costelleranno il nostro vissuto comune

Jung chiama questi costrutti ARCHETIPI, e il luogo dove essi sono depositati all’interno della psiche INCONSCIO COLLETTIVO.

Si tratta di rappresentazioni collettive, o meglio possibilità innate di rappresentazione, quelle immagini cioè che la nostra mente forma automaticamente in risposta alle reazioni istintuali innate, comuni a tutto il genere umano.

L’archetipo NON E’ un immagine trasmessa in modo ereditario, ma si manifesta come “possibilità di immagine”, e sotto forma di SIMBOLI e MITI i quali, oltre a rappresentare l’espressione della cultura umana fin dai primordi, sono contenuti all’interno dell’inconscio collettivo come punti di aggregazione e di energia, e come costrutti psichici inconsci nel vissuto profondo di ciascuno.

In quest’ottica, il processo di crescita dell’individuo, chiamato da Jung processo di individuazione è da considerarsi come un percorso che, partendo dal momento della nascita, in cui l’individuo viene a contatto con la realtà esterna e si comincia a formare la persona, giunge fino alla realizzazione del sé,

cioè al momento in cui tutti i contenuti consci, inconsci e archetipici si fondano nell’unicità più intima dell’individuo.

Le tappe del processo di individuazione

La realizzazione del sé è un obiettivo difficile, al quale gli esseri umani giungono attraverso tappe di avvicinamento a volte molto dolorose

La prima tappa individuata da Jung è l’incontro con l’OMBRA, la nostra parte oscura, quella che per ragioni morali, etiche o razionali rifiutiamo, perché ritenuti socialmente inaccettabili e che vengono rese visibili dalle emozioni.
Ma accanto all’ombra personale c’è quella collettiva, il lato oscuro dello Zeitgeist, ciò che si oppone all’evolversi del mondo in quel momento.

Solo venendo a contatto con la propria ombra, attribuendovi quindi dignità di esistenza e riconoscendola come parte di noi stessi, possiamo abbandonare le proiezioni e ricostruire la nostra identità che comprende anche la parte oscura di noi.

La seconda tappa riguarda invece la coppia di opposti maschile-femminile. Dal punto di vista archetipico questi opposti si definiscono ANIMUS (maschile) e ANIMA (femminile).

Ognuno di noi porta dentro di sé il corrispettivo archetipico inconscio dell’altro sesso, che, come per l’OMBRA, deve venir conosciuto ed accettato come parte integrante dell’individuo per percorrere il cammino dell’individuazione del sé. L’anima e l’animus si manifestano apertamente come contenuti simbolici/inconsci all’interno dei sogni e nelle emozioni che proviamo. Ognuno di noi ha l’esperienza infatti di aver provato emozioni che vengono normalmente attribuite al sesso opposto, e di averle così catalogate e respinte, come non congruenti all’interno della PERSONA.

Non dimentichiamoci che per Jung il termine persona assume il significato proprio della mitologia greca, è cioè la maschera dietro la quale si nasconde l’attore che recita, la somma dei ruoli che ci attribuiamo e che gli altri ci attribuiscono.

L’INDIVIDUO invece, rappresenta ciò che sta dietro alla persona, la vera essenza che contiene quindi anche quei contenuti archetipici, inconsci e dissonanti con il ruolo svolto, che fanno parte integrante del proprio sé, e che devono essere appunto incontrati, riconosciuti e accettati per permettere la propria individuazione.

La tappa successiva è l’incontro con l’archetipo del VECCHIO SAGGIO.

Tale archetipo rappresenta per l’uomo il mito dell’eroe, del saggio appunto, nella donna quello della Grande Madre. Si tratta di figure che similarmente ai due principi Yin e Yang come principio femminile e maschile primordiale, anima e animus, somigliano ai due simboli dell’I CHING: il creativo e il ricettivo, rappresentano la personificazione in termini spirituali dei principi maschili e femminili nella loro perfezione.

L’uomo forte è infatti l’eroe, che a tutto da forma, la grande madre è invece la sovrana ,universale, pietosa e magnanima, ambedue hanno scoperto la verità.

Il confronto con questa figura archetipica è particolarmente difficile, perché l’incontro con esso, e la sua accettazione all’interno del percorso individuale, può portare a megalomania e presunzione. L’incontro con il vecchio saggio, dopo aver preso coscienza della sua esistenza come costrutto psichico e conoscenza dei suoi contenuti, si deve risolvere nel passo successivo, che è quello della DISINTEGRAZIONE di tale immagine, una volta inglobata, e il ritorno verso sé stessi in quanto esseri viventi, che, presa coscienza del principio assoluto, hanno anche coscienza di non incarnarlo.

In questo modo il maschio si libera dell’immagine del padre e la donna di quella della madre e per la prima volta si comincia a sperimentare il carattere unico della propria individualità

L’ultima immagine archetipica è quella del SE’.

Giunti all’immagine del sé sono stati compiuti i passi che hanno integrato fra loro concio e inconscio, in un centro di unicità psichica, il SE’ appunto.

E’ il punto di equilibrio, lo scopo dell’intera esistenza, perché permette all’individuo di risolvere finalmente il conflitto fra la duplicità delle realtà che lo caratterizza, il conscio e l’inconscio, l’interno e l’esterno, realizzando quello che Jung chiama l’UNITA’ DEGLI OPPOSTI, l’unione di Yin e Yang, l’uomo ROTONDO.

Il simbolismo dei Chakra

Jung è stato fortemente influenzato nel suo pensiero dalle filosofie orientali con le quali ha trovato innumerevoli punti di contatto e di integrazione all’interno della sua visione del mondo.

La procedura di individuazione ha infatti caratteri di universalità, così come universali sono i simboli utilizzati per seguire tale percorso, egli individua anzi la presenza universale di un istinto di individuazione che riguarda ogni forma di vita, che per diventare tale si manifesta attraverso una differenziazione.

Jung si serve dell’antico simbolismo dei Chakra per trovare una sistematizzazione dell’esperienza di passaggio della materia in esperienza astratta che ha caratterizzato l’essere umano in migliaia di anni, e ha sviluppato una mappa delle regioni archetipiche corrispondenti ai sette chakra della simbologia orientale, mettendo in relazione la dimensione ascendente del percorso di individuazione psichica al movimento di Kundalini, il serpente energia che attraversa i sei Chakra per arrivare poi a Sahasrara, il settimo Chakra che è fuori del nostro corpo e rappresenta l’unione di Shakti e Shiva della filosofia tantrica e ci mette in contatto con il trascendente.

Il viaggio di Kundalini

MULADHARA. Il primo chakra è la terra, la radice delle cose, il fondamento del mondo

Questo è il luogo energetico in cui l’essere umano è istinto, non consapevolezza. Qui incontriamo Kundalini, che ci guida verso i chakra successivi, che ci spinge avanti anche di fronte alle difficoltà, che dal punto di vista psicologico, ci porta a d affrontare al vita. Dal punto di vista del simbolismo evolutivo siamo nel luogo in cui la vita è fisicità, un germe, una condizione iniziale, ma è anche la fonte dell’energia psichica che spinge a vivere.

Il suo colore è rosso, quello del sangue, della passione oscura e terrena. Qui vive Shakti, una delle due divinità che si uniranno nel settimo chakra.

SVAADHISTHANA. Il secondo chakra è il luogo energetico in cui ci tuffiamo nel flusso, galleggiamo. Ha tutte le caratteristiche dell’inconscio ed è acqua. Simbolicamente è il mare, la femminilità, l’inghiottimento, un passaggio di morte simbolica che porta ad una nuova vita, nel processo di immergersi e riaffiorare.

E’ l’analisi, che ci porta nell’abisso dell’inconscio, dove possiamo incontrare un enorme mostro e da quella prova trovare fonte di rigenerazione. E’ le nostre pulsioni sessuali. il fattore nel quale ci perdiamo ma che contemporaneamente possiede una grande forza di attivazione e di superamento.

Il colore di questo chakra è l’arancio, una sfumatura più chiara del rosso terreno del primo chakra e che poi ci condurrà al giallo di Manipura

MANIPURA. Il terzo chakra è il centro energetico in cui la materia è digerita e trasformata. E’ la passione emozionale, non più solo materiale ma emozionale, quella che ci fa dire che stiamo “agendo di pancia” la sua posizione è infatti l’addome. Rappresenta dal punto di vista psichico l’agire delle emozioni, il potere.

Il suo colore è il giallo, che rappresenta la combustione del sole, è l’inferno delle emozioni e delle passioni che ci possono rendere ciechi. Finchè siamo in Manipura siamo nel fuoco della terra, del desiderio dell’illusione, ma anche della realizzazione spinta dal fuoco che ha risvegliato le emozioni, e che conduce verso Anahata

ANAHATA. Il quarto chakra è il centro, il cuore, l’aria. Il percorso di individuazione arriva al quarto chakra dopo essere passato dal caos dei tre precedenti, iniziamo a pensare e diventare coscienti, creiamo delle sequenze dei nostri impulsi e ci poniamo delle domande sulle nostre emozioni. Qui si compie il processo di identificazione psicologica, inizia l’individuo, si distacca e prende coscienza della sua esistenza. Qui c’è il mondo dell’intangibile: sentimenti, mente, qui la mente si unisce all’immaginazione, ui si comincia ad amare.

Il suo colore è il verde. L’aria di Anahata possiede le caratteristiche dell’anima, quella che sente con il cuore e coglie la natura delle cose, e sono stati raggiunti tutti gli elementi che necessitano alla sopravvivenza psichica (terra, acqua, fuoco, aria)

VISHUDDHA. Il quinto chakra rappresenta un altro stadio del nostro viaggio, il pensiero astratto, la sublimazione dell’uomo, la trasformazione della materia grossolana in quella sottile.

Qui si compie la percezione dell’altro come empatia e tutto diventa un’esperienza psichica personale, si compie l’astrazione, la rappresentazione psichica. Il suo colore è il blu, ed è qui che prendiamo coscienza che la nostra rappresentazione del mondo contiene tutte le immagini archetipiche maturate dalla razza umana, ci identifichiamo e comprendiamo profondamente il mondo.

AJINA. Il sesto chakra rappresenta il fattore psichico più completo, quello che ci fa comprendere che non esiste nulla che non sia anche in noi. E’ un raggio di luce catturato, è libertà, è la tensione degli opposti compresa e domata. Il suo colore è l’indaco,è la visione interiore e extrasensoriale, la sintesi, è espressione completa del non ego, qui si è parola, verbo, luce. Qui il fattore psichico raggiunge la più alta consapevolezza e si realizza la fusione del conscio con l’inconscio.

In SAHASRARA infine, il settimo chakra, avviene l’unione di Shakti e Shiva, gli opposti si uniscono e si realizza il viaggio di kundalini.

Non c’è più nulla, nemmeno Dio, solo il Nirvana.

Jung pensa che il settimo chakra non possa essere oggetto di essere raccontato, ed è inutilizzabile, per lo meno per l’uomo occidentale in quanto non si dà immagine ma è pura trascendenza.

L’attivazione di Kundalini dal punto di vista psicologico passa attraverso il meccanismo terapeutico della consapevolezza e autonomia dell’inconscio, quel percorso analitico che permette di ammettere che qualcosa si sta muovendo nella mente indipendentemente dalla volontà.

Jung individua quindi due tempi nella pratica terapeutica: un primo momento in cui si attivano gli aspetti personali, si sciolgono le resistenze, si superano le impurità, un secondo momento che rappresenta l’attivazione propriamente detta della kundalini e il suo accompagnamneto attraverso il percorso simbolico dei chakra verso la piena realizzazione del sé.

L’immaginazione attiva

Uno dei metodi per perseguire la strada dell’individuazione è quello dell’immaginazione attiva.

Si tratta di forza immaginativa”, quella capacità di immaginazione diurna, che provoca attivamente l’apparizione di immagini, una discesa cosciente nella profondità dell’inconscio che viene così integrato alla coscienza.

Il metodo consiste in una sorta di introspezione, cioè osservazione del flusso delle immagini interne, senza che venga imposto alcun tema.

Si comincia fissando l’attenzione su di un’immagine che giunge spontanea, e si continua osservando le trasformazioni che questa immagina subisce, come si arricchisce di dettagli, si sviluppa e si evolve. Nel far questo, è necessario un abbassamento del livello di coscienza, uno “stato alterato” di essa che permette l’accesso dei contenuti inconsci, ma nello stesso tempo un controllo della coscienza in stato di veglia (cosa che manca nel sogno) sui contenuti inconsci, controllo vigile ma non rigido, che permette così l’interazione e integrazione per gradi sempre più elevati delle due istanze psichiche.

Regola principale è l’eliminazione di ogni critica o censura, e la disposizione mentale a considerare, nel qui e ora, l’immagine prodotta come realtà.

L’esperienza personale su questa tecnica ha permesso a Jung di superare turbamenti e difficoltà legati alla sua storia personale e a trascendere l’ambito tradizionale terapeutico legato al concetto di “guarigione” tout court.

La tradizionale impostazione terapeutica è infatti fortemente assogetata al “senso di realtà”. Ma cosa accade dopo la guarigione? Che posto anno i sogni, le immagini, il lavoro analitico fatto con i contenuti dell’inconscio, se si resta in una ambito in cui tali contenuti devono venir assoggettati alla realtà razionale per essere controllati e liberati dai loro impulsi patogeni?

L’idea rivoluzionaria è quella di una psicoterapia che non si esaurisce nella “guarigione” ma che porta ad un percorso di “visione” dell’inconscio, ad un’integrazione di esso, con tutto il suo bagaglio immaginifico e prolifico, nell’armonia della personalità.

Se l’analisi ha ben filtrato la storia personale, il secondo momento è quello del confronto con la dimensione archetipica che resta ben ancorata all’interno dell’umanità di ciascuno di noi.

Questo atteggiamento immaginativo può essere paragonato al sogno ad occhi aperti, maturato però in un dialogo interno sulla cui base conscio e inconscio concorrono insieme, non più nemici ma alleati e parte dello stesso contesto, ed affrontano INSIEME la vita.

Scopo dell’immaginazione attiva è quello di abbandonare i costrutti tipici del perfezionismo occidentale, che anela ad integrare all’interno di una visione dell’ io ipertrofico ed arrogante ogni manifestazione del sé, e ad asservirla alle funzioni razionale dell’io pensante.

Se immaginiamo infatti le funzioni della mente come disposte su 4 livelli, visualizzando una figura a croce basata sulla coppia di opposti razionale/irrazionale, vediamo come tra le funzioni RAZIONALI, quelle cioè che hanno lo scopo di porre ordine, dare ragioni, razionalizzare il reale, le due funzioni del pensiero e del sentimento.

Il primo procede ad ordinare per concetti, cerca il significato,la verità, il secondo agisce sui valori, cataloga le cose come buone o cattive, come valide o non valide.

Sull’altra coordinata stanno invece le funzioni IRRAZIONALI, così dette perché non hanno come scopo quello di ordinare la realtà, bensì di assumerla come è, come si presenta, senza attribuirvi significato. Le funzioni irrazionali sono l’intuizione, che coglie le cose nel loro divenire, in ciò che esse potranno essere, e la sensazione, che invece si ferma all’ hic et nunc, cogliendo le cose come immediatezza e attualità.

Nell’immaginazione attiva le dimensioni di razionale e irrazionale, sentimento ed intelletto, intuizione o realismo si fondono e si assimilano.

Si tratta di un vero percorso di AUTOREALIZZAZIONE perché gli opposti che albergano all’interno di noi si autoregolano per affinità e divergenze.

Jung mette in guardia dall’uso indiscriminato di questa tecnica, che egli ritiene accessibile ad un numero limitato di individui

.

E’ necessario in primis avere la predisposizione per affrontare un lavoro lungo e difficile.

In secondo luogo è praticamente impossibile intraprendere questa strada per imitazione, ma è necessario aprirsi sinceramente e consapevolmente alla ricerca del sé, liberandosi prima di ogni condizionamento sociale che ci vorrebbe più o meno simili a modelli precostituiti.

In ultima analisi egli riconduce alla predisposizione all’intuizione, alla cosiddetta intelligenza intuitiva la possibilità di intraprendere tale percorso e mette in guardia da una possibile pericolosissima tendenza al “tecnicismo” che pretende di utilizzare gli strumenti anzidetti senza le dovute premesse necessarie, forzandolo e trasformandolo addirittura in strumento per influenzare le masse ed aumentare il rendimento sociale. La sua profezia si è purtroppo verificata, in molti casi, con il proliferare di metodi di dubbia serietà scientifica basati sul concetto fuorviato della realizzazione del sé, che nascondono invece la volontà opposta e contrastante con quella originale, di uniformare gli individui all’interno di percorsi “auspicabili” e socialmente desiderabili, in nome di una massificazione delle soluzioni che sottende soltanto l’appiattimento delle coscienze.

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